Oria medievale: la comunità ebraica e il castello federiciano

Oria, pittoresco borgo medievale della provincia di Brindisi, è situata in territorio collinare nel Salento settentrionale al confine con la Murgia. Importante centro messapico e successivamente romano, la città era nota nel Medioevo per la sua comunità ebraica.

L’antica comunità ebraica

La fortuna di Oria, tra VII e X secolo è dovuta, infatti, soprattutto alla sua potente e sapiente comunità ebraica, tra le più illustri e prestigiose d’Europa. La città ha fornito innumerevoli filosofi, poeti e medici. I maestri ebrei oritani si distinsero nello studio dei midrashim e della Torah ed attraverso la loro elaborazione dottrinale sono precursori degli studi cabalistici. La comunità di Oria nel X secolo si estingue rimanendo fedele alla scuola del Talmud palestinese. Della influente comunità ebraica oritana, resta testimonianza solo il Rione Giudea e la Porta degli Ebrei. La maggior parte degli ebrei furono comunque uccisi in un assedio o fatti schiavi e deportati in Sicilia e in Tunisia. Nota anche come Porta Taranto, poiché da qui ci si dirigeva verso la città ionica, la Porta degli Ebrei è uno dei tre accessi della città. La porta, che conduce alla giudecca della comunità ebraica di Oria, dà accesso ad un quartiere medievale tortuoso, di piccole case, botteghe, balconcini nascosti. Alle spalle della porta degli Ebrei, posta in piazza Shabbetai Donnolo, secondo alcuni, si sviluppava la fiorente comunità ebraica. Al centro della volta troviamo uno scudo araldico in pietra il cui stemma non è più visibile, ai lati due stemmi più piccoli raffiguranti gli emblemi della città.

Il castello di Oria

Il castello occupa il colle del Vaglio, la parte più alta della città, l’area che un tempo ospitava l’acropoli dell’antica Oria, fondata due secoli e mezzo prima di Roma dai cretesi. Il maniero venne ideato da Federico II e costruito a partire dal 1227, dove sorgeva un solitario torrione normanno. Il castello che fa parte del complesso sistema difensivo realizzato in Puglia dall’imperatore svevo, costituisce un edificio singolare per la sua particolare configurazione.
Esso ha una struttura pressoché triangolare e si differenzia dallo schema costruttivo dei castelli federiciani, sembra piuttosto che sia stata seguita la logica costruttiva messapica, che attraverso lo sfruttamento dell’orografia del sito ne traeva maggiori vantaggi dal punto di vista difensivo: è protetto nei punti più vulnerabili dall’innesto di torrioni, la Torre del Cavaliere, la Torre del Salto, la Torre Quadrata a sud e la Torre dello Sperone a nord.
Numerose volte il castello ha dovuto resistere ad assedi, come quello di Manfredi, o agli assalti di Giacomo Caldora (1433), di Pietro de Paz (1504) che non riuscì a prendere la rocca. Il castello fu anche luogo accogliente per re, principi e cavalieri; oltre agli invitati al matrimonio di Federico II, ricordiamo che vi sostarono la regina Maria d’Enghien (1407), il suo sposo Ladislao re di Napoli (1414), la principessa Isabella di Chiaromonte e il re Ferrante d’Aragona (1447); un episodio molto importante per l’epoca è la partenza di Alfonso II di Napoli da Oria per liberare Otranto dai Turchi (1480). Anche in tempi recenti è stato meta di personalità e studiosi italiani e stranieri quali: Maria Josè di Savoia, Margareth d’Inghilterra, il cardinale Tisserant, principi di casa d’Asburgo, Theodor Mommsen, Paul Bourget, Ferdinand Gregorovius ed altri ancora.  Tra le “virtù” architettoniche del castello di Oria, c’è la sterminata piazza d’arm che poteva probabilmente contenere cinquemila combattenti. Inoltre in tale cortile, ai piedi della torre del salto (sud-est), si può accedere alla cripta dei SS.Crisanto e Daria. L’ingresso è segnalato da colonne, forse appartenenti all’antica chiesa bizantina qui presente, della quale rimane un ricordo nelle arcate presenti sul muro meridionale del castello. Nel cortile è oggi visibile l’accesso ad un passaggio sotterraneo che (abitualmente nascosto alla vista) veniva utilizzato per allontanarsi dal castello e dalla città in caso di assedio. Si ipotizza che tale cunicolo – oggi interrotto – procedesse sotto terra per diversi chilometri, tanto che la tradizione cittadina vuole che giungesse fino alla città di Brindisi, posta a circa 35 km. Una tradizione palesemente molto esagerata, però certamente il cunicolo doveva condurre fuori le mura.

La maledizione del fumo

La il castello di Oria è circondata da una fosca leggenda. La città brindisina è perennemente avvolta da una nube di fumo dal giorno in cui una madre, alla quale fu sottratta la figlioletta, lanciò su di esso i suoi strali: Possa tu Oria fumare nei secoli come arde e brucia oggi il tuo cuore.

Erra negli antri del castello la piccola fanciulla sventurata, che come Ifigenia, figlia di Agamennone, sacrificata sull’altare per propiziare alla flotta greca venti favorevoli verso la costa troiana, venne immolata per bagnare le mura del castello ed evitare così che crollassero.
Era il tempo impregnato di mistero, mito e leggenda, di re, principi ed eroi, quando ad Oria venne costruito sulle colline più alte, che sovrastavano il piccolo borgo medievale, il castello. Fu proprio mentre gli origani si apprestavano a festeggiare l’impresa che le sue mura difensive, come colpite da un evento soprannaturale, improvvisamente si sgretolarono, crollando come scosse da un terremoto. Riedificate per ordine del re, in una notte tempestosa, mentre i sudditi del piccolo borgo erano immersi nel sonno, le mura si sbriciolarono una seconda volta come per volere di un dio adirato.
Impressionato dall’evento, ma desideroso che l’opera fosse portata a felice compimento, il re chiese consiglio ai suoi fedeli cavalieri i quali, dopo aver consultato gli indovini, emanarono un crudele responso: affinché le mura rimanessero intatte nei secoli, bisognava cementare le fondamenta del maniero con il sangue di una vergine fanciulla.

Gli abitanti di Oria, inorriditi nell’ascoltare tale vaticinio, strinsero al petto i propri figli cercando di salvarli dalla minaccia di morte. Una madre, vedova e molto povera, fu però costretta a lasciare sola la sua giovane figlia per recarsi nei vicini boschi in cerca di legna da ardere. La bimba, inconsapevole della minaccia, aprì la porta di casa e si mise a giocare in strada. Le guardie del re, vedendola sola, la rapirono portandola dal sovrano che ordinò il sacrificio affinché con il suo sangue venisse impastata la malta da porre sotto la prima pietra delle mura. E così fu.

Solo al ritorno la madre seppe del crudele destino della figlia, impazzì dal dolore imprecando contro la città. Il suo tormento fu ascoltato dal cielo e ancora oggi, mentre nella vicina pianura c’è il sereno, Oria è avvolta da una malinconica nebbia.

In realtà la densa foschia che avvolge Oria verso il crepuscolo e intorno alla quale la fantasia popolare non si è risparmiata, si spiega con un fenomeno naturale: era la nebbia provocata dai vapori delle paludi che un tempo si formavano nelle vicine campagna che, unita ai fumi dei camini, immergeva la città in un fumo nero celandolo alla vista.

- R.  Guido, Salento da favola, Guitar Edizioni, 2009