I ninfei di Lecce

Sono un’espressione tipica dell’Umanesimo che vuole ricostruire di fatto gli ambiente più tipici dell’abitare classico. La moda dei ninfei si manifesta a Lecce, oltre con una ripresa su larga scala dell’antico come repertorio di temi e di forme, con la riproposta, nelle dimore di campagna della nobiltà intellettuale o di quella affascinata dal mondo classico, del Ninfeo come luogo di piacere immerso nella natura e come luogo di riproposta di temi della mitologia classica la cui fonte principale sono le Metamorfosi di Ovidio.

Il ninfeo si trovava per la frescura sotto il suolo, in grotte naturali o scavate dall’uomo, ed era usato dai proprietari e dai loro amici come luogo di relax e di bagni riposanti. A Lecce ve ne sono sei.

Il primo ninfeo di cui si ha notizia a Lecce è quello scoperto all’inizio del Settecento accanto alla Torre del Parco. Così la descrive il cronista: «In esso vi era una stanza totalmente lastricata né muri di cocci (ossia di conchiglie), con tant’arte e maestria che comunemente quella stanza veniva chiamata il Paradiso e non ostante che fusse a modo di grotta per non aver finestre riceveva tutto il lume dalla sola porta. Le donne che andavano a diporto nel Parco, erano solite radunarsi in quella stanza, per godervi il fresco».
Quando si incorporò quest’ambiente a quelli della vicina chiesa di S.Pasquale si scoprì sui muri della grotta, tra le conchiglie che li ornavano, questa antica iscrizione:
CUM FONTE, ET ANTRO DOMINUS FRUETUR.
SUPERBIA OTTOMANA OCCIDET

L’altro ninfeo è scavato sotto la Torre di Belloluogo. Qui si possono ancora leggere iscrizioni latine e greche sui rustici muri. Probabilmente si tratta di grotte molto antiche, trasformate in ninfeo dal nuovo proprietario della Torre e dell’annesso giardino, Giovanni Bonori, ricco Percettore Regio.

ninfeo fulgenzio-rid

Tra i ninfei del capoluogo salentino il più singolare e perfettamente conservato è quello nel giardino del convento dei frati francescano del Fulgenzio, nella cinquecentesca villa suburbana appartenuta a Fulgenzio della Monica. L’elemento più significativo di questa struttura è l’ambiente ipogeo dove, su una parete interna, si aprono tre porte uguali che conducono tutte a un ambiente oscuro contenente una vasca circolare. Il motivo delle tre porte simili è tratto da opere allegoriche stampate alla fine del Quattrocento e simboleggiano le tre vie che portano alla salvezza.
Di fronte a questa villa esistono ancora gli avanzi di quella del fratello di Fulgenzio, Giovan Camillo della Monica; anche qui esisteva un ninfeo quasi completamente distrutto quando la villa fu restaurata per farne un ristorante.

Va ricordato inoltre il cosiddetto Ninfeo delle Fate, oggi in degrado e reso inaccessabile, è posto all’altro lato della città, nella masseria Tagliatella. Anche qui l’elemento più singolare è una spaziosa sala dove in alcune nicchie sono scolpite figure femminili a tutto tondo rappresentanti le ninfe. Accanto vi è ancora un ambiente circolare con dei sedili di pietra lungo il perimetro.

L’ultimo è stato scoperto da poco e si trova all’interno dei del Convento degli Olivetani. Una ripida e lunghissima scalinata in pietra porta, dopo circa venti metri, in un vasto ambiente con una vasca laterale, sedie in pietra e mensole alle pareti, sempre in pietra. Si leggono, graffiti sulle parete, nomi e date. Di questo ninfeo ne parla l’Infantino nella “Lecce Sacra” e dice che i nobili, per diletto, si rilassavano in questo luogo di riposo, probabilmente pagando qualcosa a i monaci.

La serie dei ninfei leccesi, accanto al fenomeno delle ville suburbane, costituisce uno degli episodi più originali e rilevanti della storia della cultura salentina prima dell’affermazione del Barocco. Questo va a smentire il luogo comune che insiste ad affermare come in queste terre il Rinascimento non abbia mai messo radici.

– F. Congedo, Guida di Lecce, Congedo Editore, 1992
– G. Binucci, Lecce. Storia e misteri tra le mura, Apiliædizioni, 2009