Le comunità ebraiche in Terra d’Otranto

Stele_ebrei_oriaDiverse sono le fonti che testimoniano una diffusione capillare dei nuclei ebraici in Terra d’Otranto, le cosiddette “giudecche”. Esse erano delle unità politiche, amministrative e fiscali in cui venivano riunite le famiglie ebraiche residenti in un paese. La via della giudecca prende il nome del luogo del ghetto degli Ebrei. A parte le prestigiose comunità di Otranto e Oria, le troviamo anche in piccoli centri come Cursi, Carpignano Salentino, Sternatia, Scorrano, Alessano, ma anche Soleto e Galatina.

Otranto
Era l’anno 1195 quando Benjamin di Jona da Tudela, nel corso del viaggio, intrapreso attraverso la maggior parte del mondo allora conosciuto, giunse a Otranto. Racconta nel suo Itinerario di trovarvi oltre cinquecento famiglie ebraiche stanziate, sotto la guida di Meir, Mali, Menachem e Caleb. La meta idruntina è una sosta obbligata per il viaggiatore ebreo, per l’importanza che la città ha acquisito nella diaspora del popolo eletto.

La prima testimonianza archeologica della presenza di una comunità ebraica a Otranto risale al VIII secolo, quando numerose famiglie ebraiche si stabilirono negli empori commerciali dell’Italia meridionale ed a Otranto, all’epoca uno dei porti col maggior traffico verso il Levante ed il Vicino oriente.

La comunità ebraica di Otranto, nel Medioevo, era nota in tutto il Mediterraneo, poiché la ricchezza economica e culturale acquisita dalla comunità israelita permise di insediare nella città una importante scuola per lo studio del Talmud. Il suo prestigio di questa scuola talmudica fu tale che sarà coniato il detto – che ancora nel XII secolo correva in Francia  – «da Bari uscirà la Legge e la parola del Signore da Otranto», che parasafrava un verso del profeta Isaia.

Nel IX secolo uno stuolo di poeti composero in ebraico dei componimenti liturgici. Fra questi vi è Menachem Corizzi da Otranto. La passione per la metrica religiosa si irradiò pian piano verso altri centri italiani, a Roma e a Lucca.
All’inizio del XIII secolo vi viveva il poeta ebreo Anatoli, che ivi compose uno splendido dialogo tra il corpo e la mente dopo la morte.

L’11 agosto del 1480 i Turchi guidati da Ahmet Ghedik Pascià assalirono Otranto e la conquistarono. Seguirono deportazioni e uccisioni, durante le quali furono decapitati ottocento cittadini sul colle della Minerva, ricordati oggi come i santi cristiani Martiri di Otranto. Fra le vittime dell’eccidio turco però vi furono anche numerosi Ebrei, come riporta una cronaca dell’epoca, che così commenta: “li preiti e li zudei statim li amazorno” (“i preti e i giudei li ammazzarono subito”).

Con l’avvento dell’imperatore spagnolo Carlo VIII si aprì una fase ostile e persecutoria contro la presenza ebraica. Nel Salento cominciarono a soffiare venti contrari a danno degli ebrei tacciati di usura. I primi episodi di violenza e saccheggio si registrano nel 1463 nella giudecca di Lecce.

Oria
La fortuna di Oria nel Medioevo, tra VII e X secolo è dovuta soprattutto alla sua comunità ebraica, insieme a quella di Otranto, tra le più illustri e prestigiose d’Europa. La città ha fornito infatti innumerevoli filosofi, poeti e medici. I maestri ebrei oritani si distinsero nello studio dei midrashim e della Torah ed attraverso la loro elaborazione dottrinale furono precursori degli studi cabalistici.

La personalità ebrea di Oria più nota è Shabbetai Donnolo, saggio commentatore biblico del Libro della Creazione, dotto medico aperto al confronto con la cultura cristiana sia di rito romano che greco Donnolo, grazie al suo sapere e alla sua perizia non comune, anticipa l’archiatra, figura tipica del basso Medioevo.

La fama di Donnolo si somma a quella di altri dotti Oritani, prevalentemente payyetanim, tra cui Amittai il Vecchio, Hananeel ben Amittai, Shefatiah ben Amittai, Zevadiah Haimaaz, Amittai ben Shefatiah, e il cronista Ahimaaz ben Paltiel, che si dichiara discendente della prestigiosa famiglia ebraica oritana.

Della influente comunità ebraica oritana, resta testimonianza solo il Rione Giudea e la Porta degli Ebrei. La maggior parte degli ebrei furono comunque uccisi in un assedio di invasori musulmani o fatti schiavi e deportati in Sicilia e in Tunisia. Lo stesso Donnolo fu fatto prigioniero per poi essere riscattato a Taranto grazie al denaro della sua famiglia.
Nel Sefer Massa’ot di Beniamino di Tudela, difatti, Oria non è citata, a riprova dell’estinzione dell’antica comunità. Golem_and_Loew-oria

Le più antiche leggende dei Oria sono documentate nella letteratura ebraica e sono collegate alla sua comunità ebraica. Una è il golem di Oria, un bambino resuscitato dai sapienti ebrei della città nel IX secolo; un’altra, narrata nel XII secolo, è relativa a due Se’Irim rapitrici di infanti. Entrambi gli episodi leggendari sono annotati dal cronista Ahimaaz ben Paltiel.

Galatina e a Soleto
Episodi di antisemitismo furono alimentati a Galatina e a Soleto, dal principe Raimondello del Balzo Orsini, sua moglie Maria d’Enghien e il figlio Giovanni Antonio.

Nel Quattrocento gli Ebrei di Galatina erano probabilmente concentrati in via Marcantonio Zimara, come segnala il Tetragrammaton (l’impronunciabile quadrilittero nome di Dio, JHWH) inciso sulla finestra nella corte del civico 10. Quelli di Soleto invece erano chiusi nel ghetto di Rua Catalana.

La loro ricchezza derivava dalle attività della concia, della lavorazione delle pelli, della tintoria: lavori altamente inquinanti e dannosi per la salute, svolti dai “diversi” del tempo, gli ebrei, gli albanesi, i levantini.

Tuttavia, gli ebrei della Contea di Soleto, sotto la signoria dei del Balzo, erano riusciti, grazie alla concessione di numerosi privilegi, in particolare quelli relativi al prestito di denaro, a rafforzare il loro ruolo a Galatina e Soleto, completamente accentrate nelle mani del clero italo-greco.

Sino agli anni Trenta del Quattrocento, i del Balzo avevano mostrato grande stima per gli Ebrei, testimoniata da continui rapporti con la comunità ebraica, improntati alla tolleranza super modo et forma vivendi eiusdem hebreis. Maria d’Enghien si fidava ciecamente di loro, tanto da affidare la cura della sua salute al medico ebreo mastro Giacomo e, ugualmente, il figlio Giovanni Antonio del Balzo Orsini al medico ebreo Abramo Balmes, judio de Leze (giudeo di Lecce), la cui abilità e perizia dovette essere ben nota se poi divenne medico di fiducia di Ferdinando d’Aragona, re di Napoli. Lo stesso Raimondello del Balzo Orsini, dimostrando di fidarsi, aveva assoldato, tra i suoi capitani, ebrei extraregnicoli come Catalano de Barcellona.

Era poi nota la benevolentia del principe Giovanni Antonio nei riguardi degli ebrei, mal sopportata dal papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini), che considerava del Balzo come nemico della fede ed eretico poiché diceva “incoraggia(sse) la perfidia ebraica”.

L’intolleranza cominciò a manifestarsi sotto il re Ladislao di Durazzo e la regina Maria d’Enghien (già vedova di Raimondello). Nel 1411, infatti, per una rissa tra marinai ed ebrei, “furono messe a sacco le case di quest’ultimi”.

Ma un antigiudaismo più smaccato può essere colto chiaramente nei cicli d’affreschi di Santa Caterina a Galatina e di Santo Stefano a Soleto. A Galatina nella scena della Resurrezione di Lazzaro, gli ebrei che si turano il naso per la “puzza” di Lazzaro, morto già da quattro giorni, sono stati rappresentati secondo la percezione, già negativa, dell’ebreo nell’arte medievale, con il ricorso cioè ai tratti fisionomici degli ebrei – bassa statura, naso dritto, barba folta, i capelli con i peot, i tipici broccoli riccioluti – con cappelli a punta o all’orientale e spesso vestiti con tuniche gialle, il colore infamante dei traditori. Anche nella scena della Flagellazione, l’antigiudaismo del committente, ribaltando la verità storica, attribuisce agli ebrei che flagellano Cristo, una crudeltà che supera quella notoriamente riconosciuta ai romani.

Un’evidente connotazione antiebraica anima, poi, a Soleto, la scena della Vita di Santo Stefano, in cui due ebrei, recanti sul petto l’infamante segno della rotella rossa, calciano il protomartire e, tirandogli i capelli, lo bastonano a sangue. Il pittore li rappresentò così come li vedeva ogni giorno a Soleto e a Galatina e cioè con la rotella rossa, prototipo quattrocentesco dell’altrettanto infamante stella di Davide degli internati ebrei nei campi di concentramento. Maria d’Enghien, infatti, nel 1473, secondo i capitoli e gli statuti del 1420, stabilì che, nella contea di Lecce, ma anche nella contea di Soleto, gli Ebrei dovessero essere riconosciuta dai cristiani per alcuni segni: appunto la rotella rossa, apposta sopra il petto per gli uomini e sotto il seno per le donne, e ben in vista. Chi contravveniva all’ordine doveva pagare un’ammenda.

Il re aragonese Ferdinando, molto pragmatico e affatto idealista, nel 1464, subito dopo la morte di Giovanni Antonio del Balzo Orsini, ordinò ai suoi ufficiali di far ritornare a Lecce tutti gli ebrei che s’erano allontanati dalla città, confermando loro le antiche franchigie.