Il Fonte pliniano di Manduria

Manduria-StemmaIl Fonte pliniano simbolo e stemma della città di Manduria, sorge appena fuori dall’abitato, in prossimità della necropoli messapica (oggi attrezzato parco archeologico). Gli abitanti di Manduria – cittadina della provincia di Taranto (al confine con il brindiso) nota per il suo patrimonio storico-archeologico e per il vino Primitivo – hanno il privilegio di poter ammirare e toccare lo stemma civico del proprio paese. Quel luogo noto ai più come Fonte pliniano, ma chiamato dai mandriani “lu scegnu”.

Una ripida scalinata, strappata dall’uomo alla roccia, conduce nell’ambiente ipogeo, illuminato dall’alto da un lucernario. L’unico suono in questo antico antro è il rincorrersi dell’acqua. Il fluire della sorgente e il suo scorrere lungo le mura circolari della grotta sembrano sussurri lontani.

Il sito, ormai accertato di epoca messapica, è forse stato un altare pagano dove i Messapi svolgevano i sacrifici alle proprie divinità. L’acqua vi sgorga infatti dalla notte dei tempi e nei secoli gli abitanti del luogo gli hanno attribuito diversi poteri curativi, compreso quello di lenire la “melanconia” provocato dal morso della tarantola.

Fu, tuttavia, il naturalista e storico romano Plinio il Vecchio (Como 23 a.C. – Stabia 79 a.C.) a conferire fama eterna al Fonte, citando il fenomeno del livello costante dell’acqua nella vasca ( presumibilmente dovuto a un sistema di vasi comunicanti o alla natura carsica del terreno) nel capitolo 103 del II libro della sua Naturalis Historia. Plinio così ne scriveva: “ Nel Salento, presso la città di Manduria, si trova un lago che si mantiene sempre allo stesso livello con le sue acque, sia che vengano tolte, sia che vengano aggiunte”. Un fenomeno che è osservabile ancora oggi.

Il mito del Fonte attraversò i secoli e le distanze al punto che, nel Settecento, l’abate di Saint Non, noto paesaggista, affrontò u lungo viaggio per poterlo vedere e ritrarre, regalandoci così la più antica e fedele riproduzione del sito.

Intorno al Fonte pliniano si addensano storie di tesori nascosti, battaglie lontane guerrieri coraggiosi, oltre a legare a sé il nome di Plinio. Legato al Fonte è anche l’immagine del pozzo dal quale spunta rigoglioso un albero di mandorlo, riprodotto poi nello stemma della città di Manduria.

I prodigi de “lu scegnu”

Il luogo ha in sé l’aurea del mito e il mistero della leggenda, un’atmosfera imperturbabile e solenne, dove, per una volta, l’uomo non sconvolse ma fece sacra un’opera della natura. Le chiome dell’albero di mandorlo si scorgevano già da lontano, preludio di luogo incantato, custodito dalle profondità della terra.

Aleggiano ancora lo spirito dei valorosi messapi, delle vergini candidamente vestite che li festeggiavano al ritorno dalla battaglia. Poco lontano si stendono le loro tombe, all’ombra delle mura di quella rigogliosa città che resistette, tanto e valorosamente, all’arroganza tarantina.

In questi pressi, tutto ha una radice magica e persa nel tempo. I blocchi delle stesse mura megalitiche, così enormi e precisamente squadrati, fanno dubitare essere opera di comuni mortali. La loro fattura, si dice, sia merito dell’acqua miracolosa del fonte. Le donne messapiche, provate dalla lunga guerra, in attesa degli uomini partiti in battaglia, smisero di dilettarsi intrecciando fili dorati alle folte chiome e scelsero di tagliarle per rinforzare con i lunghi capelli gli archi dei loro soldati mentre, bagnandosi all’acqua del fonte, acquistavano una tale forza da riuscire a lavorare i blocchi di pietra e portarli come piume sulle testa per edificare le mura a difesa della città.

Era la forza, infatti, la virtù dell’acqua, in cui gli stessi soldati si bagnavano insieme al proprio cavallo prima di galoppare verso il nemico. Lo stesso invincibile Annibale, saputo di tali prodigiosi poteri, cercò di raggiungere la falda facendo scavare, inutilmente, almeno altri cento pozzi nelle vicinanze.

Ma dove proveniva tale potere? Leggenda narra che i Messapi riuscirono a trafugare agli odiati tarantini una chioccia e sei pulcini di oro massiccio e che proprio qui li avessero sepolti insieme ad altre ricchezze, bottino di guerra. È da ciò che il popolo ha nel tempo intessuto mille storie di tesori e possibili modi per impossessarsene.

Per ritrovare la magica chioccia dai pulcini d’oro era necessario un rito crudele: sgozzare, proprio all’interno della grotte del fonte, un bimbo innocente di non più di cinque anni o, ancora, condurvi una donna incinta che doveva accostarsi al pozzo tenendo al petto nudo una serpe velenosa, che nel momento del ritrovamento sarebbe improvvisamente scomparsa.

Una grande cerva bianca pare fosse a guardia del sacro luogo, la Cervarezza (cerva regia) o, il popolo volle, un enorme e repellente rettile pronto a saltar fuori dalla terra nel momento della profanazione di quella che si racconta anche essere la tomba di Archidamo, re di Sparta.

Il mandorlo in cima al pozzo resiste, si dice, da quei tempi di arditi guerrieri, intatto. Sui suoi rami, i soldati appendevano mandorle d’ore in segno di ringraziamento per ogni battaglia vinta, le sue radici sono profonde nella storia di una città che conobbe la fierezza di un popolo indomito.

– R.Guido (a cura di), Salento da favola, Guitar Edizioni, 2009