Gli Ebrei nel Salento – La “Giudecca” a Lecce

ebrei salentoNumerosi sono stati i centri in Terra d’Otranto che hanno ospitato comunità ebraiche nel corso della storia. Secondo attendibili documenti di storici pugliesi, le prime comunità di Ebrei nel Salento nacquero al tempo dell’imperatore Tito nelle città di Taranto, Oria, Ostuni, Otranto, Nardò, Lecce, Brindisi e Gallipoli e vi rimasero fino al XVI secolo.

Gli Ebrei non sono mai vissuti nei ghetti in Terra d’Otranto: i benestanti abitavano in ricche abitazioni che acquistavano col denaro ottenuto da attività molto lucrative quali il commercio e i trasporti, mentre i meno abbienti dovevano accontentarsi delle periferie delle città.

La popolazione salentina, tuttavia tradì spesso il proprio spirito di ospitalità e si dimostrò piuttosto intollerante nei confronti di questi cittadini: in alcune città, come Lecce, non concedevano la cittadinanza agli Ebrei se prima non “si facevano christiani”; però in altre, come Brindisi e Gallipoli, li riconoscevano senza distinzioni di religione.

Proprio a Lecce, purtroppo, fu perpetrata, il 12 marzo 1495, una delle stragi più gravi della storia della Terra d’Otranto: la cacciata degli Ebrei con numerosi roghi alle loro case e attività commerciali. Nello stesso periodo, anche a Nardò si verificò un avvenimento analogo e i diseredati furono accolti nella più tollerante Gallipoli, in cui si creò un quartiere “extra moenia” a maggioranza ebraica, la “Giudecca”.

Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, invece, gli abitanti di Santa Maria al Bagno ospitarono famiglie di Ebrei fuggiti all’Olocausto e, intorno a tavole imbandite di specialità della terra e del mare, furono stretti legami indissolubili e i profughi rivelarono le atrocità della dittatura nazista ben prima che l’Armata Rossa invadesse Auschwitz e rivelasse al mondo intero i delitti commessi nei campi di concentramento di mezza Europa. Nella località ionica si trova oggi il “Museo della Memoria e dell’Accoglienza”, che ricorda la presenza ebraica sul territorio neretino.

La comunità ebraica a Lecce
Tutt’ora i discendenti di antiche famiglie di ebrei vivono in città. Testimonianze della presenza di Ebrei a Lecce si hanno con certezza sin dall’età medievale, ma forse sono perfino antecedenti. Vi sono tracce dell’esistenza di almeno una sinagoga nei pressi del Duomo dove tuttora esiste via della Sinagoga e il rione cosiddetto “te li pili bianchi” in riferimento alle barbe bianche delle persone ebree.

Si può supporre, da ricerche effettuate e documenti, anche l’esistenza di un’area dove gli ebrei svolgevano il mercato, corrispondente all’attuale superficie del Palazzo dei Celestini e della Chiesa di Santa Croce. Gli Ebrei presenti a Lecce svolsero lì il mercato fino all’insediamento dei Celestini, costretti al trasferimento in quella zona della città dopo essere stati cacciati a loro volta da Carlo V che nell’area dell’antica residenza dei Celestini volle costruire il Castello.

Il 4 luglio 1445 la contessa di Lecce Maria D’Enghien, nei suoi statuti decise l’identificazione degli ebrei con gli abiti e con dei segni di riconoscimento, in largo anticipo alle pratiche naziste di qualche secolo dopo. Va però premesso che ai tempi di Maria d’Enghien e dei suoi statuti, la discriminazione degli Ebrei  era una prassi già sperimentata. Basti per esempio ricordare che nel 1215, sotto il pontificato di Innocenzo III (1198-1216) il IV Concilio lateranense stabilì l’obbligo per gli Ebrei di portare un segno distintivo sui vestiti e la loro esclusione dai pubblici uffici. Di fatto, dopo che erano falliti i ripetuti tentativi di conversione, si era deciso di isolarli e rendere facile l’identificazione del presunto diverso con un distintivo che per le donne era il velo giallo, contrassegno delle meretrici, e per gli uomini un cerchio rosso.

“Muoiano gli ebrei o si facciano cristiani”, si era gridato a Lecce. Il pogrom termina con la folla inferocita che si abbandona all’incendio del ghetto e della sinagoga e ottenne la cacciata degli ebrei dalla città. La sinagoga di Lecce venne trasformata in chiesa nel 1510. Tra coloro che sono costretti a fuggire vi fu Abraham de Balmes da Lecce, medico e filosofo a Napoli ed a Venezia, professore a Padova, esercitò la sua professione con cospicua fortuna e pubblicò una grammatica redatta sia in latino che in ebraico.